Rebelot

27 March 2006

Filed under: Qwerty — rebelot @ 2:39 pm

Gianni fa il tramviere e ha 45 anni. Io lo conosco bene, passa qui davanti tutte le mattine. Mi piace starmene alla finestra, nascosta dietro al vaso di primule appena fiorite, gialle e viola, a guardare il marciapiedi e veder la gente passare.

Ieri Gianni mi ha scritto un biglietto. L’ho visto metterlo nella cassetta delle lettere. Era un bel biglietto. Un foglio di carta di Firenze, un po’ vecchia, ingiallita, come qualcosa custodito con cura da molto tempo per una occasione speciale. Gianni mi ha scritto di fuggire con lui.

Ed io sono dietro questa finestra, intrappolata in una vita fatta di piatti da lavare, di bimbi da crescere, di vetri da pulire, tutti i giorni uguali all’altro, in fila come tessere del domino. Quand’ero fanciulla aspettavo il principe azzerro, che arrivasse con il cavallo bianco a condurmi nel suo castello. Poi, nella smania di amare, ho ceduto a un po’ di tepore, quando mi sono accorta di aver smarrito la miglior parte della mia fresca gioventù.

Lo so, non sono una donna brutta. Attraente, nonostante sia alla vigilia dei quaranta. Non una ragazzina, certo, ma credo che le rughe mi donino. Gianni mi vede di rado, quando ci incontriamo il pomeriggio, dopo che ha smontato, a fare la spesa al negozio. Mi vede, mi saluta, e mi sorride gentile. Non ha mai avuto un cavallo bianco. Ha un bitorzolo sul naso e la fronte spaziosa e rugosa. I capelli bianchi e un po’ di pancia. Ha un tram. Non suo, certo. Lui gira in bicicletta quando è necessario. Ma altrimenti se ne sta in casa. Qui nel quartiere dicono che sia strano. Dicono che vada con le donne di strada "una volta al mese, e se le porta su, al terzo piano!", con astio, la portiera.

Gianni passa, guarda la sua cassetta delle lettere, è vuota e se ne va. Il biglietto l’ha messo ieri, un ieri di quindici anni fa. E tutti i giorni guarda se vi sia una risposta. Che non è mai giunta.

Ed ora vorrei scrivergli, vorrei che mi portasse via da queste pentole e queste primule, via quest’occhio pesto e questi lividi sulle braccia. Vorrei prendere il tram, e finire la corsa nei campi, e scendere, e mettermi a camminare a nord, fino alle montagne che, dal tetto, si vedono nelle belle giornate. Già, vorrei farlo, tutti i giorni. Ma non lo faccio. Gianni passa, guarda la sua cassetta delle lettere, e se ne va. Io piango in silenzio, perché quel tram non l’ho preso al volo.

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